Un movimento di nuova politicizzazione che, senza ancora invertire i
rapporti di forza con il capitalismo e la sua crisi, indica una nuova
forma della politica e un nuovo possibile ciclo di lotte.
di Josep Maria Antentas e Esther Vivas* dalla rivista Erre, n.48 - "Il Movimento Necessario"
di Josep Maria Antentas e Esther Vivas* dalla rivista Erre, n.48 - "Il Movimento Necessario"
Man mano che ci lasciamo alle spalle la scossa iniziale del 15M e il successivo avvio del movimento Occupy possiamo iniziare ad analizzare in maniera più chiara gli eventi e le prospettive a medio termine del nuovo ciclo apertosi nel 2011.
Il 15M e Occupy, il primo con più forza del secondo, hanno cambiato radicalmente il clima e il paesaggio politico e il discorso pubblico, mettendo in risalto nuovi temi nell’agenda politica e mediatica e dando nuovi spazi e significati al malessere fino ad allora latente e passivo di gran parte della popolazione. Hanno rilegittimato la protesta sociale a prescindere da politici e governanti, che vedono ora la loro realtà profondamente modificata. Anche in quei casi dove il movimento non ha raggiunto ampi settori sociali e si limita generalmente a minoranze di attivismo giovanile, come negli Sati Uniti, la sua stessa esistenza riabilita la protesta ed ha un impatto nella coscienza e nella percezione nella maggioranza dei lavoratori, nello stesso modo in cui il movimento per i diritti civili fece negli anni Sessanta dopo gli oscuri anni Cinquanta.
La legittimazione sociale raggiunta dal movimento degli indignati
parla da sola. Nel caso spagnolo la sua grandezza praticamente non ha
precedenti dalla Transizione in termini di imponenza, radicamento e
diffusione territoriale, impatto nell’agenda politica e simpatia
nell’opinione pubblica. Secondo un’inchiesta di Metroscopia nel giugno
del 2011 circa l’80 per cento dei cittadini dello Stato spagnolo dava
ragione alle rivendicazioni del movimento. Un’altra inchiesta dello
stesso periodo del Centro de Investigaciones Sociológicas concludeva che
più del 70 per cento lo valutava positivamente.
Negli Stati Uniti, sebbene sia un movimento con un minor radicamento e sviluppatosi in un contesto ostile e particolarmente spoliticizzato come quello della società nordamericana, le simpatie che ha risvegliato in ampi settori della popolazione sono evidenti. Tanto che tre settimane dopo l’avvio di Occupy Wall Street la rivista Time segnalava che il 25 per cento dei cittadini aveva un’opinione del movimento molto positiva e il 29 per cento positiva, mentre una inchiesta della Cbs e del New York Times rilevava che il 43 per cento dei nordamericani era d’accordo con gli obiettivi del movimento, rispetto al 27 per cento che non lo era. Il suo discorso entra in connessione con il sentimento ed il pensiero di una fetta significativa dei lavoratori statunitensi e fornisce coerenza politica e intellettuale alle intuizioni di molti di loro sull’ingiustizia sociale e la natura della crisi.
Fin dalla sua comparsa, il movimento ha contribuito ad un forte processo di ripoliticizzazione della società, di nuovo interesse verso le questioni collettive ed anche alla rioccupazione sociale dello spazio pubblico usurpato quotidianamente dagli interessi privati. Ha significato un apprendistato collettivo dell’esercizio della democrazia e la pratica dell’autorganizzazione. Ci ha insegnato a “imparare a disimparare” per disfarci delle idee dominanti sulla realtà ed ha contribuito a diffondere – nell’accezione gramsciana del termine – un “senso comune alternativo”.
Il ciclo del movimento indignad@s e Occupy non solo è molto più potente, a causa del drammatico scenario nel quale si sviluppa, del ciclo internazionale del movimento “antiglobalizzazione” degli anni Novanta e il primo decennio del 2000 che ha costituito la prima risposta alla trasformazione del mondo in un grande mercato globale; è anche un movimento molto più politicizzato. Interpella direttamente la politica, i politici e i partiti. Invade e destabilizza i processi elettorali e porta dentro di sé riflessi delle rivoluzioni arabe. Però questa politicizzazione, come abbiamo già osservato, riparte da molto lontano, in un contesto di confusione ideologica e culturale, di assenza di riferimenti politici e mancanza di chiarezza strategica. Pierre Rousset, ragionando sulle lotte degli anni Novanta e 2000 afferma a ragione: “La politicizzazione c’è stata, con il diffondersi di una critica sistemica all’ordine dominante e l’aspirazione ad un ‘altro mondo possibile’ al di fuori dalle tendenze neoliberali dominanti, ma questa politicizzazione si è sviluppata su basi ideologiche molto fragili e senza far rinascere un pensiero strategico strutturato, discusso collettivamente”. Possiamo applicare questa riflessione alla dinamica attuale, con la differenza importante che la natura della crisi chiarisce in misura maggiore (ma ancora insufficiente) la realtà e lo specifico funzionamento del sistema. L’accelerazione della crisi, gli attacchi e le resistenze accelerano l’apprendimento e la politicizzazione. Rischi e possibilità convivono.
Se il ciclo che si è aperto nel 2011 ha trasmesso qualche messaggio verso “quelli in basso” (gli oppressi), questo è la speranza nelle capacità collettive di cambiare le cose, nel “noi”, nel poter essere soggetto attivo, e non oggetti passivi delle necessità del capitale e della sua logica di profitto e concorrenza. La speranza di smettere di essere le marionette dell’1 per cento.
Negli Stati Uniti, sebbene sia un movimento con un minor radicamento e sviluppatosi in un contesto ostile e particolarmente spoliticizzato come quello della società nordamericana, le simpatie che ha risvegliato in ampi settori della popolazione sono evidenti. Tanto che tre settimane dopo l’avvio di Occupy Wall Street la rivista Time segnalava che il 25 per cento dei cittadini aveva un’opinione del movimento molto positiva e il 29 per cento positiva, mentre una inchiesta della Cbs e del New York Times rilevava che il 43 per cento dei nordamericani era d’accordo con gli obiettivi del movimento, rispetto al 27 per cento che non lo era. Il suo discorso entra in connessione con il sentimento ed il pensiero di una fetta significativa dei lavoratori statunitensi e fornisce coerenza politica e intellettuale alle intuizioni di molti di loro sull’ingiustizia sociale e la natura della crisi.
Fin dalla sua comparsa, il movimento ha contribuito ad un forte processo di ripoliticizzazione della società, di nuovo interesse verso le questioni collettive ed anche alla rioccupazione sociale dello spazio pubblico usurpato quotidianamente dagli interessi privati. Ha significato un apprendistato collettivo dell’esercizio della democrazia e la pratica dell’autorganizzazione. Ci ha insegnato a “imparare a disimparare” per disfarci delle idee dominanti sulla realtà ed ha contribuito a diffondere – nell’accezione gramsciana del termine – un “senso comune alternativo”.
Il ciclo del movimento indignad@s e Occupy non solo è molto più potente, a causa del drammatico scenario nel quale si sviluppa, del ciclo internazionale del movimento “antiglobalizzazione” degli anni Novanta e il primo decennio del 2000 che ha costituito la prima risposta alla trasformazione del mondo in un grande mercato globale; è anche un movimento molto più politicizzato. Interpella direttamente la politica, i politici e i partiti. Invade e destabilizza i processi elettorali e porta dentro di sé riflessi delle rivoluzioni arabe. Però questa politicizzazione, come abbiamo già osservato, riparte da molto lontano, in un contesto di confusione ideologica e culturale, di assenza di riferimenti politici e mancanza di chiarezza strategica. Pierre Rousset, ragionando sulle lotte degli anni Novanta e 2000 afferma a ragione: “La politicizzazione c’è stata, con il diffondersi di una critica sistemica all’ordine dominante e l’aspirazione ad un ‘altro mondo possibile’ al di fuori dalle tendenze neoliberali dominanti, ma questa politicizzazione si è sviluppata su basi ideologiche molto fragili e senza far rinascere un pensiero strategico strutturato, discusso collettivamente”. Possiamo applicare questa riflessione alla dinamica attuale, con la differenza importante che la natura della crisi chiarisce in misura maggiore (ma ancora insufficiente) la realtà e lo specifico funzionamento del sistema. L’accelerazione della crisi, gli attacchi e le resistenze accelerano l’apprendimento e la politicizzazione. Rischi e possibilità convivono.
Se il ciclo che si è aperto nel 2011 ha trasmesso qualche messaggio verso “quelli in basso” (gli oppressi), questo è la speranza nelle capacità collettive di cambiare le cose, nel “noi”, nel poter essere soggetto attivo, e non oggetti passivi delle necessità del capitale e della sua logica di profitto e concorrenza. La speranza di smettere di essere le marionette dell’1 per cento.
L’entusiasmo che il movimento ha scatenato in quelli che vogliono
“cambiare il mondo dalle fondamenta” è direttamente proporzionale
all’inquietudine che ha generato nei settori dominanti della società,
interpellati improvvisamente da un attore nuovo che sfida il loro
monopolio sulle questioni collettive e la vita pubblica e mette in
questione le definizioni ufficiali della crisi.
Siamo all’inizio di un nuovo ciclo il cui impulso ha avuto una forza variabile a seconda del paese. Il 15M e Occupy, in maniera specifica, sono state il calcio di inizio e una specie di precursore di quello che potrà avvenire. Non siamo di fronte ad un fenomeno episodico e congiunturale, fugace, ma all’alba di una nuova ondata di contestazione che esprime un magma sotterraneo che non è destinato ad evaporare. Il suo sviluppo non sarà certamente lineare, ma discontinuo e con alti e bassi, come si è potuto constatare questo autunno nel caso dello Stato spagnolo.
In Europa e Stati Uniti la marea indignata non ha raggiunto ancora la consistenza sufficiente per provocare un cambio di rotta per frenare gli attacchi sociali sempre più forti, però certamente è stata una sfida senza precedenti ad un neoliberismo dalla legittimità malandata e al tentativo di socializzare i costi della crisi, assunto che fino al 15M sembrava incontestabile. L’ondata di lotte in corso ha implicato una “modifica brutale delle relazioni tra il possibile e l’impossibile”, nelle parole di Alan Badiou, malgrado il contesto di condizioni avverse nel quale il movimento ha luogo e con un forte deterioramento dei rapporti di forza globali che rende estremamente difficile ottenere vittorie.
Siamo all’inizio di un nuovo ciclo il cui impulso ha avuto una forza variabile a seconda del paese. Il 15M e Occupy, in maniera specifica, sono state il calcio di inizio e una specie di precursore di quello che potrà avvenire. Non siamo di fronte ad un fenomeno episodico e congiunturale, fugace, ma all’alba di una nuova ondata di contestazione che esprime un magma sotterraneo che non è destinato ad evaporare. Il suo sviluppo non sarà certamente lineare, ma discontinuo e con alti e bassi, come si è potuto constatare questo autunno nel caso dello Stato spagnolo.
In Europa e Stati Uniti la marea indignata non ha raggiunto ancora la consistenza sufficiente per provocare un cambio di rotta per frenare gli attacchi sociali sempre più forti, però certamente è stata una sfida senza precedenti ad un neoliberismo dalla legittimità malandata e al tentativo di socializzare i costi della crisi, assunto che fino al 15M sembrava incontestabile. L’ondata di lotte in corso ha implicato una “modifica brutale delle relazioni tra il possibile e l’impossibile”, nelle parole di Alan Badiou, malgrado il contesto di condizioni avverse nel quale il movimento ha luogo e con un forte deterioramento dei rapporti di forza globali che rende estremamente difficile ottenere vittorie.
Uno dei punti deboli di questo nuovo ciclo, che segue una dinamica
già presente nelle resistenze degli anni Novanta alla mercificazione del
pianeta, è il fatto che le lotte non si traducono in organizzazione.
Non c’è una crescita significativa delle organizzazioni alternative
esistenti siano esse politiche, sindacali o sociali, né l’emergere su
grande scala di nuove forme stabili di partecipazione come risultato
della radicalizzazione in corso, al di là delle assemblee di quartiere.
Sindacati alternativi, partiti anticapitalisti, associazioni di
quartiere..., ognuna rispetto alle proprie dimensioni, hanno difficoltà
nel tradurre in avanzamenti organizzativi la loro crescente influenza
sociale. Il Che a proposito ci ricordava che “se non esiste
organizzazione, le idee, dopo il loro slancio iniziale, diventano meno
efficaci”.
Le forme organizzative che prenderà la politica rivoluzionaria del futuro si stanno definendo. Come è successo in momenti simili, le resistenze emergenti sono una prima risposta sociale il cui risultato riconfigurerà il panorama politico, sociale ed intellettuale del mondo che verrà. In questo contesto di debolezza di fronte al capitale ma anche di rilancio della combattività sociale, di degrado sociale ma anche del fiorire di nuove esperienze di autorganizzazione, la sfida fondamentale per i sindacati alternativi, le organizzazioni politiche anticapitaliste, le associazioni di quartiere ecc... è contribuire a promuovere nuove esperienze e contaminarsi con esse, senza adattarsi a mode passeggere, nella ricerca di una attualizzazione e di riadeguamento costante dei propri progetti di trasformazione.
Le forme organizzative che prenderà la politica rivoluzionaria del futuro si stanno definendo. Come è successo in momenti simili, le resistenze emergenti sono una prima risposta sociale il cui risultato riconfigurerà il panorama politico, sociale ed intellettuale del mondo che verrà. In questo contesto di debolezza di fronte al capitale ma anche di rilancio della combattività sociale, di degrado sociale ma anche del fiorire di nuove esperienze di autorganizzazione, la sfida fondamentale per i sindacati alternativi, le organizzazioni politiche anticapitaliste, le associazioni di quartiere ecc... è contribuire a promuovere nuove esperienze e contaminarsi con esse, senza adattarsi a mode passeggere, nella ricerca di una attualizzazione e di riadeguamento costante dei propri progetti di trasformazione.
La logica del ciclo attuale è difensiva, implica una reazione
collettiva ad un attacco generale ad un determinato modello sociale.
Inoltre molte lotte hanno un carattere difensivo estremo, quasi
disperatamente utopiche, come i tentativi per impedire che parlamenti,
consigli di amministrazione universitari, assemblee municipali approvino
tagli ed aggiustamenti. Ma questa dinamica difensiva di fondo ha nel
suo seno elementi di attacco nel senso di capacità di essere distruttivi
e destabilizzanti della routine delle istituzioni. Non ha ottenuto fino
ad ora una dinamica significativa di vittorie che permettano
un’accumulazione di forze e di passare dalla resistenza al contrattacco.
Ci sono state vittorie, però parziali, molto difensive, come nel caso
del blocco degli sfratti, all’interno di un quadro globale di avanzata
delle politiche di aggiustamento.
Nell’Unione europea “l’offensiva totale” contro i diritti sociali e le libertà personali, la voracità delle politiche di aggiustamento e della repressione può innescare due scenari contrapposti che in realtà sono e saranno compresenti per molto tempo prima della definitiva affermazione dell’uno o dell’altro. Il primo è che avanzi in maniera irrefrenabile il bulldozer delle riforme, schiacci le resistenze che incontra sul suo cammino, e riesca a consolidare un sistema politico sempre più oligarchico e di classe ed un modello di società nella quale regni senza limiti il capitale, nel quale sindacati e movimenti sociali occupino un ruolo marginale. La seconda possibilità è che a furia di tirare troppo la corda la grandezza della tragedia si trasformi in un boomerang sociale del quale abbiamo visto solo gli esordi e si vada accentuando la crisi di legittimità delle istituzioni politiche ed economiche aprendo la porta ad un cambio di paradigma.
Nell’Unione europea “l’offensiva totale” contro i diritti sociali e le libertà personali, la voracità delle politiche di aggiustamento e della repressione può innescare due scenari contrapposti che in realtà sono e saranno compresenti per molto tempo prima della definitiva affermazione dell’uno o dell’altro. Il primo è che avanzi in maniera irrefrenabile il bulldozer delle riforme, schiacci le resistenze che incontra sul suo cammino, e riesca a consolidare un sistema politico sempre più oligarchico e di classe ed un modello di società nella quale regni senza limiti il capitale, nel quale sindacati e movimenti sociali occupino un ruolo marginale. La seconda possibilità è che a furia di tirare troppo la corda la grandezza della tragedia si trasformi in un boomerang sociale del quale abbiamo visto solo gli esordi e si vada accentuando la crisi di legittimità delle istituzioni politiche ed economiche aprendo la porta ad un cambio di paradigma.
La situazione attuale ha aspetti paradossali. I rapporti di forza
sono assolutamente a favore del capitale ma allo stesso tempo i
capisaldi della sua egemonia mostrano diverse crepe. In un certo senso è
come una partita di calcio tra due squadre di differenti categorie,
nella quale una si trova intrappolata nella propria metà campo di fronte
all’attacco incessante dell’altra. In decenni di offensiva neoliberista
non abbiamo smesso un attimo di retrocedere nella nostra metà campo,
rinchiuderci nella nostra area ed incassare goal uno dopo l’altro. La
crisi, dopo che per alcuni momenti ha disorientato e fatto dubitare di
sé stessa la squadra avversaria, non ha fatto altro che aumentare il
pressing del capitale e la sua aggressività in campo. Nonostante tutto
ha però le sue debolezze. Il centrocampo e la difesa non sono tanto
solidi come sembra. È proprio quando una squadra è intrappolata nella
propria area, con tutti i giocatori che gli stanno addosso, che emerge
la possibilità di giocare in contropiede, pancia a terra.
Infine per avere una visione completa dei rapporti di forza bisogna ricordare che la ribellione indignata coesiste con l’ascesa della “indignazione reazionaria” che nella forma di populismo di destra, del fondamentalismo religioso e della xenofobia avanza nelle classi medie e popolari. Oggi in termini globali, tanto nel caso europeo come su scala mondiale, sono le forze reazionarie che stanno traendo i maggiori vantaggi dalla crisi e dalle disuguaglianze e dalle lacerazioni del mondo mentre la sinistra nel suo insieme è ancora incapace di canalizzare il malessere sociale verso progetti di trasformazione egualitari. Nel caso euromediterraneo il continuo intensificarsi della sottomissione coloniale alla Troika e in particolare se si arriva ad un collasso/espulsione dell’euro, può aprire nuovi spazi all’estrema destra nazionalista, la cui forza in Grecia è evidente.
Infine per avere una visione completa dei rapporti di forza bisogna ricordare che la ribellione indignata coesiste con l’ascesa della “indignazione reazionaria” che nella forma di populismo di destra, del fondamentalismo religioso e della xenofobia avanza nelle classi medie e popolari. Oggi in termini globali, tanto nel caso europeo come su scala mondiale, sono le forze reazionarie che stanno traendo i maggiori vantaggi dalla crisi e dalle disuguaglianze e dalle lacerazioni del mondo mentre la sinistra nel suo insieme è ancora incapace di canalizzare il malessere sociale verso progetti di trasformazione egualitari. Nel caso euromediterraneo il continuo intensificarsi della sottomissione coloniale alla Troika e in particolare se si arriva ad un collasso/espulsione dell’euro, può aprire nuovi spazi all’estrema destra nazionalista, la cui forza in Grecia è evidente.
Nel futuro dell’Europa giocheranno molti fattori e si intrecceranno e
si alimenteranno a vicenda dialetticamente le distinte situazioni
nazionali, dove l’impatto della crisi, la durezza delle riforme e la
forza delle resistenze non sono uguali. In questo senso la situazione
greca presenta un’importanza strategica di prim’ordine.
La crisi economiche e sociale, come ci ricorda Sthatis Kouvelakis, si è trasformata in una crisi politica generalizzata – detto in termini gramsciani in una crisi di egemonia – ed in una crisi organica. Banco di prova e laboratorio allo stesso tempo delle politiche di aggiustamento e delle resistenze, l’esito della “tragedia greca” avrà un impatto decisivo su tutta l’Unione europea.
Le terzomondizzazione di una società europea periferica e dalle forti tradizioni di lotta sociale si concluderà con successo? La crisi di egemonia delle classi dominanti diverrà irreversibile e i movimenti popolari saranno capaci di ricomporre un nuovo blocco storico egemonico? Qualunque sia lo scenario finale che si imporrà, i prossimi atti della tragedia del paese ellenico saranno a loro volta alimentati da quello che succederà negli altri paesi dove l’ascesa delle lotte sociali è uno stimolo e una leva per le stesse lotte greche. Così è stato il 15M facendo da catalizzatore e ispiratore europeo del “movimento delle piazze” di maggio/luglio del 2011 che ha avuto il suo epicentro in piazza Syntagma.
La crisi economiche e sociale, come ci ricorda Sthatis Kouvelakis, si è trasformata in una crisi politica generalizzata – detto in termini gramsciani in una crisi di egemonia – ed in una crisi organica. Banco di prova e laboratorio allo stesso tempo delle politiche di aggiustamento e delle resistenze, l’esito della “tragedia greca” avrà un impatto decisivo su tutta l’Unione europea.
Le terzomondizzazione di una società europea periferica e dalle forti tradizioni di lotta sociale si concluderà con successo? La crisi di egemonia delle classi dominanti diverrà irreversibile e i movimenti popolari saranno capaci di ricomporre un nuovo blocco storico egemonico? Qualunque sia lo scenario finale che si imporrà, i prossimi atti della tragedia del paese ellenico saranno a loro volta alimentati da quello che succederà negli altri paesi dove l’ascesa delle lotte sociali è uno stimolo e una leva per le stesse lotte greche. Così è stato il 15M facendo da catalizzatore e ispiratore europeo del “movimento delle piazze” di maggio/luglio del 2011 che ha avuto il suo epicentro in piazza Syntagma.
Nel mondo arabo il processo rivoluzionario è ancora in piedi. Unito
all’espandersi delle libertà democratiche fondamentali in Tunisia ed in
Egitto, la caduta di Gheddafi, il principale risultato della “primavera
araba” è il ritorno della fiducia nell’azione e nel potere collettivi,
che ha messo fine ai sentimenti di impotenza ed esclusione della maggior
parte della popolazione e dei lavoratori. Le sollevazioni popolari
devono però far fronte ad una feroce repressione in quei paesi dove i
regimi rimangono al potere come Siria, Bahrein, Yemen. E dove le
dittature sono state abbattute esistono crescenti difficoltà nel portare
avanti il processo rivoluzionario, per ottenere trasformazioni
economiche e sociali profonde, così come nel contrastare da sinistra la
forza dell’islamismo. Considerare finita la rivoluzione o continuarla? È
questo il dilemma che attraversa i processi aperti in Tunisia ed Egitto
dove le forze conservatrici cercano di ricondurre la dinamica aperta
con la caduti dei dittatori ad una transizione ordinata verso regimi
semi-democratici formali, ma senza cambi profondi sul terreno economico.
Tutte le grandi crisi della storia del capitalismo hanno portato ad una riorganizzazione delle relazioni sociali e tra le classi. Quello che è in gioco è un’uscita dalla crisi favorevole ai profitti e alle imprese, che rafforzi il dominio del capitale nel seno della società, aggravi le contraddizioni sociali e ambientali e parallelamente vada verso l’ascesa di ideologie reazionario, o un’uscita in chiave solidale ed anticapitalista.
“Non si può essere neutrali in un treno in corsa”, ci ricordava lo storico Howard Zinn nella sua autobiografia, e ancora meno in un treno diretto verso un precipizio com’è l’umanità, riprendendo la lucida metafora di Walter Benjamin. La ribellione de l@s indignat@s e la politica dominante rappresenta due logiche differenti, inconciliabili. Da un lato, l’aspirazione alla giustizia sociale e ad una democrazia reale nel senso più ampio del termine, ossia la capacità di decidere del proprio destino. Dall’altro, i dettami degli interessi padronali e la dittatura del profitto: queste due strade seguono tracciati opposti per l’umanità. Il nostro futuro sarà molto diverso a seconda di quale dei due prevalga.
Tutte le grandi crisi della storia del capitalismo hanno portato ad una riorganizzazione delle relazioni sociali e tra le classi. Quello che è in gioco è un’uscita dalla crisi favorevole ai profitti e alle imprese, che rafforzi il dominio del capitale nel seno della società, aggravi le contraddizioni sociali e ambientali e parallelamente vada verso l’ascesa di ideologie reazionario, o un’uscita in chiave solidale ed anticapitalista.
“Non si può essere neutrali in un treno in corsa”, ci ricordava lo storico Howard Zinn nella sua autobiografia, e ancora meno in un treno diretto verso un precipizio com’è l’umanità, riprendendo la lucida metafora di Walter Benjamin. La ribellione de l@s indignat@s e la politica dominante rappresenta due logiche differenti, inconciliabili. Da un lato, l’aspirazione alla giustizia sociale e ad una democrazia reale nel senso più ampio del termine, ossia la capacità di decidere del proprio destino. Dall’altro, i dettami degli interessi padronali e la dittatura del profitto: queste due strade seguono tracciati opposti per l’umanità. Il nostro futuro sarà molto diverso a seconda di quale dei due prevalga.
Né ottimisti né pessimisti come Felice Sventura il pessottimista, il
personaggio dell’omonimo romanzo dello scrittore palestinese Emile
Habibi, noi attivisti sociali dovremmo rimanere semplicemente
“pessottimisti”. “L’impegno politico – ci ricorda Daniel Bensaid – è una
scommessa ragionata sul divenire storico. A rischio di perdere tutto e
di perdersi”. Non c’è certezza alcuna nella vittoria. La posta per
cambiare il mondo si fa “non nell’evidenza della soluzione assicurata,
ma nella contingenza irriducibile delle ipotesi”.
Punto di svolta. Nuova fase.
Nulla sarà come prima, Nulla è come prima.
Il presente ci ha aperto una breccia di speranza in un futuro da occupare.
Punto di svolta. Nuova fase.
Nulla sarà come prima, Nulla è come prima.
Il presente ci ha aperto una breccia di speranza in un futuro da occupare.
*(parte del capitolo finale del libro Planeta Indignado, Sequitur, 2012)
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